Quando nell’astigiano si lavorava la canapa

Quando nell'astigiano si lavorava la canapa
foto in alto, antiche vasche di macerazione della canapa, gorghi di Cinaglio (Asti, Riserva Naturale di Valle Andona, Valle Botto e Valle Grande | Foto T. Farina
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Un tempo qui c’erano sette vasche maceratoi profonde circa 80 centimetri che venivano utilizzate dai contadini per la macerazione della canapa, coltivazione molto diffusa in questa zona e una delle più antiche attività artigianali del territorio.

La canapa oltre a essere un fenomeno economico aveva un ruolo nell’ambito sociale e culturale. Prima di arrivare ai Gorghi c’era un prato dove si giocava spesso a pallapugno (il pallone elastico): lavoro e divertimento, al tempo, si integravano.

Fino alla metà del secolo scorso la canapa veniva messa a macerare in queste vasche dalle famiglie contadine soprattutto per dotare le future spose del corredo matrimoniale e per ricavare cordame per le attività produttive. Oggi, delle vasche rimangono solo le sponde e l’acqua non le sommerge più perché il Rio Monale ha inciso ulteriormente il suo alveo non permettendo più la tracimazione dell’acqua.

In zona vi erano altri Gorghi (tra cui quello di Camerano Casasco) dove, causa natura del terreno e/o carenze di acqua, non era possibile realizzare vasche di macerazione: i contadini erano quindi costretti ad andare lungo i corsi d’acqua maggiori, di cui erano utilizzate lanche più tranquille. La comunità, per godere dell’approvvigionamento idrico da parte del piccolo rio alle vasche dei Gorghi di Cinaglio, pagava un rimborso al proprietario fondiario che, in caso di ritardi, deviava la “presa” d’acqua a monte, forzando così il pagamento del dovuto.

Uno dei maggiori centri di produzione e lavorazione della canapa in Piemonte era a Carmagnola, località che diede il nome anche a una varietà particolarmente pregiata di canapa tessile (la carmagnola, appunto) che era ritenuta la migliore, per qualità e resistenza delle sue fibre. Carmagnola era non solo un rigoglioso centro di coltivazione, ma l’attività era fervente anche nelle fasi di lavorazione e commercio che spingevano la sua pregiata canapa verso la Liguria e il sud della Francia, in particolare Marsiglia.

Perchè i Gorghi?

Nelle zone astigiane di fondovalle il sottosuolo è formato da rocce impermeabili: le argille (denominate “Argille Azzurre“) che, per costituzione litologica, si imbibiscono d’acqua senza lasciarla percolare. Le acque meteoriche dilavanti si infiltrano nel suolo delle colline sabbiose scendendovi in profondità sino a incontrare gli strati argillosi, impermeabili che ne fermano la discesa. Se questi strati sono ad andamenti sub-orizzontale le acque prendono a scorrere originando una falda acquifera detta freatica. Buona parte dei rii locali sono alimentati perennemente da questi serbatoi sotterranei che, emergendo spontaneamente alla luce, originano le sorgenti freatiche. Questi rii hanno creato il loro alveo erodendo terre sabbiose tipiche delle colline astigiane “sorte dal mare”, scorrendo infine sul sottostante strato di “Argille Azzurre” impermeabili. E’ questo il caso dei Gorghi di Cinaglio luogo in cui veniva sfruttato questo fenomeno per macerare la canapa.




Il ciclo della canapa

Nell’Astigiano la coltivazione della canapa è stata praticata fino agli anni Cinquanta. Le fasi e i processi della lavorazione tradizionale coinvolgevano migliaia di contadini, donne e uomini che con grande fatica selezionavano e maceravano la canapa fino a estrarne la fibra che sarebbe andata a costituire la materia prima con la quale per secoli si sono costruite corde, carta, tovaglie e tanto altro.

Il ciclo, che durava un anno e mezzo, iniziava con la semina primaverile e il procedimento era molto complesso e laborioso. La canapa veniva estirpata rispettando rigorosamente le fasi lunari e divisa in fasci, lasciata essiccare per una quindicina di giorni e infine portata nelle vasche dei Gorghi per la macerazione. Questa operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo. Per macerare, la canapa doveva restare continuamente immersa nell’acqua e per evitare il galleggiamento, uno dei sistemi era l’appesantimento dei fasci con pietre. In quest’area, ricca di acque sorgive, furono realizzate vasche-maceratoi, ancora visibili oggi, utilizzate dalla comunità per decenni.

fasci erano poi recuperati e fatti asciugare al sole appoggiati l’uno all’altro; in questi frangenti l’aria della zona veniva ad impregnarsi di uno sgradevole odore.

Le fascine venivano poi trasportate su carri trainati dai buoi in cascina solo quando completamente asciutte.

Qui la canapa veniva posta su un cavalletto a conca e battuta con speciali bastoni a forma di coltellaccio di modo che rimanesse solo la fibra, questa fase veniva chiamata gramolatura. Tale trattamento permetteva di rompere il fusto, senza però tagliare la corteccia lunga e filamentosa. Poi con la gramula (manico) e con la spaula (coltello di ferro) si toglieva la canna.

La lavorazione successiva, che avveniva in autunno inoltrato, continuava la sera nelle stalle coinvolgendo donne e uomini. Era un lavoro lungo e ripetitivo che consisteva nella pettinatura attraverso l’uso di appositi pettini, formati da una tavola di legno della dimensione di centimetri 20 x 40 e in cui erano conficcati da 150 a 200 spuntoni di ferro muniti di due maniglie.

Con questa attrezzatura veniva pettinata quella corteccia precedentemente ammassata. Questa operazione veniva effettuata anche venti volte prima di ottenere la “rista”, ossia, la suddivisione del prodotto in mazzetti. La rista veniva poi filata e avvolta su fusi di legno. Le matasse ottenute erano successivamente riposte in una tinozza e lavate con la cenere. Ogni passaggio della lavorazione della canapa coinvolgeva soprattutto la manodopera femminile. Alle donne era riservato il lavoro di meticolosa pulizia della fibra, anche se ciò non le esentava di certo dagli altri processi ben più faticosi della lavorazione.

Questo lavaggio molto delicato era effettuato solo da mani esperte: se il lavaggio era sbagliato il lavoro fatto si perdeva, perché la tela non risultava adatta alla tessitura. Alla sera, quando le matasse erano asciutte, queste venivano infilate nell’arcolaio e divise per fare dei gomitoli pronti per essere trasportati da coloro che possedevano i telai, infine si tessevano.

È da notare che della canapa nulla andava perso: il “Cannapulo” che era la parte interna, era utilizzato per produrre fiammiferi mentre i semi venivano somministrati come alimentazione una volta all’anno alle galline ovaiole, perché, si diceva, servivano per aumentare la loro fertilità.

La crisi della canapa si ebbe con la scoperta delle fibre tessili di sintesi chimica come, ad esempio, il nylon che, dopo la seconda guerra, invasero il mondo.

Percorsi per conoscere la Riserva di Valle Andona, Valle Botto e Valle Grande

Per agevolare la fruizione della riserva naturale, il Parco Paleontologico Astigiano – con la collaborazione dei Comuni interessati – ha predisposto una rete di percorsi autoguidati per visitatori a piedi, a cavallo e in mountain bike. Fulcro di questa rete sono le aree attrezzate di approccio ai percorsi dotate di manufatti per l’accoglienza e nelle prossimità di parcheggio. Da queste aree si diramano itinerari ad anello che salgono verso la collina e conducono alle aree successive offrendo così al fruitore la possibilità di ampliare la percorrenza a proprio piacimento, trasformando brevi passeggiate in lunghe escursioni tra boschi misti, pini silvestri e castagni.

 

di Alessandra Fassio

da Piemonte Parchi

Erika Ambrogio
Informazioni su Erika Ambrogio 174 Articoli
Super Advisor del circuito PiemonteNet e Advisor PiemonteAlps . Amo gli animali, la natura e tutto ciò che ha a che fare con la montagna.