PIEMONTE, È ARRIVATO LO SCIACALLO DORATO

PIEMONTE, È ARRIVATO LO SCIACALLO DORATO

Sciacallo dorato con preda | Foto L. Giunti

Nei mesi appena trascorsi la natura piemontese è stata protagonista nei titoli dei giornali. È stata ufficialmente accertata la presenza di due nuove specie: lo sciacallo dorato (Canis aureus), e il gatto selvatico (Felis silvestris).

Si tratta di buone notizie. L’arrivo di nuove specie (autoctone) unito a quello di alcune nuove (alloctone, per quanto queste ultime talvolta possano creare scompensi), testimoniano ambienti naturali tutto sommato integri e i cui gradini alimentari sono ben occupati.

La Natura non ama il vuoto

Le ragioni di questa eccellente naturalità sono note e sono tutte ascrivibili ai comportamenti umani. Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale Alpi, Appennini, Prealpi, colline e montagne varie erano capillarmente occupati da infiniti insediamenti umani. Ovunque si diffonda, la nostra specie modifica pesantemente il territorio, soprattutto tagliando il bosco per ottenere legname da ardere e da lavoro e spazi ampi per pascoli e coltivi. In questo modo sottrae habitat a numerose specie, costringendole a fuggire e spesso uccidendole direttamente sia per nutrirsi sia per eliminare dei competitori.

Non appena la specie Homo sapiens se ne va, il bosco torna, si riformano habitat abbastanza naturali e tornano gli animali scappati via. La Natura non ama il vuoto. Lo riempie sempre appena se ne presenta l’occasione. E fa in fretta, basta pensare alla velocità con la quale un parcheggio abbandonato si riempie di erbe pioniere. Da settant’anni succede in ogni area periferica, italiana e non solo. Il Piemonte, con la sua enorme estensione di montagne e colline, è uno scenario perfetto per queste immigrazioni.

Gli animali tornano seguendo percorsi e tempi che noi non siamo in grado di comprendere. Stupidamente ci stupiamo che, ad esempio, i lupi si muovano in ogni direzione raggiungendo luoghi anche lontani senza aver ancora completamente coperto le aree intermedie. Oppure, come nel caso dello sciacallo dorato, ne seguiamo da tempo l’espansione da est a ovest nelle Alpi carsiche, senza prevedere la sua comparsa improvvisa molto più a sud-ovest, da noi.

Una questione di ricerca e analisi

Da qualche anno segnalazioni e presunti avvistamenti sia di gatti selvatici sull’Appennino piemontese sia di altre specie, venivano periodicamente portate all’attenzione dei parchi e dei biologi regionali. Finalmente, utilizzando moderne tecniche di fototrappolaggio e dedicando molto tempo alla ricerca, si sono potute ottenere immagini ben definite. Sottoposte all’esame dei migliori specialisti, hanno consentito di certificare l’esattezza di quelle che altrimenti sarebbero rimaste soltanto delle stimolanti segnalazioni prive di conferme. Questo è un esempio, per quanto piccolo, di come si opera correttamente in ambito naturalistico e scientifico. Le osservazioni sul campo vanno raccolte quotidianamente e con sistematicità, fino a costituire una solida base sulla quale predisporre un protocollo di monitoraggio e studio del territorio. I dati che emergono da questa ricerca vengono poi raccolti e analizzati e, come nel nostro caso, sottoposti al controllo dei massimi esperti del settore e da loro confutati o validati. Solo a questo punto si può annunciare, con soddisfazione, che una determinata specie è presente in un determinato territorio. E non va mai dimenticato che è il risultato di molte ore solitarie, notturne, all’addiaccio, alle intemperie, impiegate da molti professionisti o volontari coordinati da enti pubblici come università, parchi naturali, comprensori o province. Talvolta gli sforzi sono premiati, talvolta no o non subito.

L’arrivo dello sciacallo dorato

Oggi dunque sappiamo che cane e gatto popolano il sud del Piemonte. Chissà se e come interagiranno. Lo sciacallo dorato è un carnivoro opportunista che si ciba praticamente di tutto quello che trova. Quindi, potenzialmente, anche del gatto selvatico. Questo, a sua volta, è un felino cacciatore che, se in buona salute, ha tutte le possibilità per sfuggire ai denti del primo. Al momento sono molto pochi distribuiti su aree vastissime. Potrebbero non incontrarsi nemmeno.

Il mito dell’Arca di Noè è famosissimo al punto che spesso è utilizzato anche in chiave umoristica. Molte vignette rappresentano la fila degli animali in attesa di entrare nell’arca che si scambiano battute e commenti divertenti. Meno frequente è immaginare il viaggio e la convivenza. Deve essersi trattato di una lunga tregua di pace. Come hanno fatto altrimenti a sopravvivere stretti in uno spazio angusto specie che in libertà si nutrono le une delle altre? Serpenti e topi, aquile e marmotte, leoni e gazzelle e migliaia di altri? Ancor meno usuale è fantasticare sulla fine della storia. Quando il diluvio universale è finito e l’arca finalmente si è appoggiata sul monte Ararat emerso dalle acque gli animali hanno potuto uscire e ripopolare la Terra. Come avranno fatto? Come si saranno orientati? Erano felici o impauriti? Hanno ricominciato subito a mangiarsi reciprocamente o hanno aspettato che le acque si calmassero ancora un po’?

Là fuori, da qualche parte che non sappiamo, su un monte Ararat irraggiungibile e ignoto, c’è ancora un’Arca dalla quale continuano a uscire animali per ripopolare le nostre terre devastate dai tanti diluvi provocati dagli umani. I loro ritorni ci raccontano che il diluvio è finito e una nuova pace può instaurarsi tra noi e loro. Se smettiamo di far piovere…

Articolo di Luca Giunti

Editore Regione Piemonte 

Erika Ambrogio
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Amo gli animali, la natura e tutto ciò che ha a che fare con la montagna.